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Milone di Crotone

La figura del lottatore Milone di Crotone è in bilico tra realtà e leggenda: alle registrazioni delle sue vittorie nelle Olimpiadi del sesto secolo a.C. si accompagnano una serie di episodi dai contorni mitici, difficili da provare quanto più si avvicinano a dei luoghi comuni ripetuti per diversi personaggi simili dell’antichità, leggendari e non. Uno fra tutti, il racconto della sua morte che, come vedremo alla fine di questo articolo, è talmente esemplare che è difficile considerarlo attendibile e anzi va considerato un luogo comune letterario. Ma andiamo con ordine.
Milone visse nella Crotone del sesto secolo a.C., quando la Magna Grecia era tra le zone culturalmente più vivaci della grecità; forse proveniva da ambienti aristocratici e si dice che entrasse in contatto anche con la filosofia di Pitagora, il cui circolo era molto influente in città. Diversi racconti lo legano all’ambiente pitagorico: secondo uno di questi sua moglie Muia apparteneva alla cerchia di Pitagora o ne era addirittura la figlia, mentre secondo un altro Milone avrebbe salvato un gruppo di pitagorici riuniti a cena in una casa sostenendo un pilastro sul punto di crollare. E’ anche possibile che la sua presunta vicinanza con Pitagora si debba alla confusione, fatta sovente dagli autori antichi, tra Pitagora il filosofo e un suo omonimo di professione allenatore, entrambi di Samo ed entrambi vissuti nello stesso periodo.
Già da ragazzo Milone ottenne nella lotta una vittoria ad Olimpia e una ai giochi Pitici a Delfi; seguirono altre cinque vittorie ad Olimpia, sei a Delfi, nove a Nemea e dieci ai giochi istmici, che si tenevano presso Corinto. Considerando che queste ultime tre competizioni, cui partecipavano atleti da tutta la Grecia come agli agoni olimpici, si tenevano una all’anno nei tre anni che intercorrevano tra un’olimpiade e l’altra, si calcola che la carriera di Milone durasse ben ventiquattro anni. Nell’antologia greca si dice che in un’olimpiade (forse quella del 520?) nessuno si presentò per le gare di lotta, per non combattere contro di lui.
Nel frattempo, se si vuole dar retta a Diodoro Siculo, partecipò anche alla guerra di Crotone contro Sibari, guidando i suoi compatrioti alla vittoria. Questo corrisponderebbe al luogo comune secondo cui un atleta vincitore dei giochi dovesse essere anche un buon militare; la testimonianza di Diodoro è però messa in dubbio da alcuni studiosi (es. David Young) che osservano come la cronologia proposta dall’autore collocherebbe sulla scena della battaglia un Milone ultracentenario. Secondo altri studiosi, come Michael B. Poliakoff, l’errore starebbe nella cronologia e anche se Milone non è mai designato come strategos, cioè comandante, è verosimile che possa aver partecipato alle campagne militari della sua città.
Milone era noto come uomo di forza straordinaria: si diceva che fosse in grado di tenere in mano una mela o una melagrana senza schiacciarla ma senza che nessuno potesse aprirgli le dita; oppure restare in piedi su un disco unto d’olio senza esserne buttato giù. Come molti atleti moderni, Milone doveva essere anche un po’ superstizioso, se è vero quanto racconta Plinio il Vecchio, che Milone era solito portare addosso un gastrolite come amuleto. I gastroliti sono delle pietre che le galline ingeriscono e tengono nello stomaco per aiutarsi a triturare il cibo e renderlo digeribile, dal momento che non hanno denti, e poi rigurgitano quando sono troppo lisce per fare il loro lavoro; secondo una superstizione antica, queste pietre accrescevano la forza del loro portatore.
L’aneddoto più famoso è certamente quello secondo il quale avrebbe trasportato sulle spalle un toro di quattro anni attorno allo stadio di Olimpia, prima di mangiarselo tutto in un sol giorno. Si diceva inoltre che ogni giorno mangiasse venti libbre di carne e altrettante di pane e bevesse 18 pinte di vino al giorno. In questi racconti si intravede chiaramente il topos letterario dell’uomo forte gran mangiatore: come Eracle nelle commedie di Aristofane, ci si aspettava che un uomo di quella forza e capace di tali imprese dovesse essere un ghiottone vorace, anche al limite del ridicolo o del riprovevole. Galeno e Cicerone lo portano ad esempio della stupidità degli atleti, secondo un luogo comune che è giunto fino a noi dell’uomo “tutto muscoli e niente cervello”
La sua fine, così come ce la raccontano diversi autori, come Aulo Gellio, Strabone, Pausania e altri ancora, è altrettanto fantasiosa: trovato un tronco fessurato volle infilarvi dentro le mani per spaccarlo, ma rimase incastrato e preda dei lupi che lo divorarono al sopraggiungere della notte. Un altro luogo comune letterario, senz’altro: una fine straordinaria che è un’iperbole della vita stessa del personaggio (un po’ come il filosofo che muore colpito da una tartaruga lasciata andare da un’aquila in volo o Talete che precipita nel pozzo), oppure l’uomo che va oltre i suoi pur ampi limiti per il puro gusto della spacconeria e finisce per rimetterci. Con quest’ultimo significato e in quest’ultimo episodio Milone viene ricordato nell’arte postclassica: cercatori di gloria siete avvertiti!

NERIA

Passi di opere classiche (si riportano i titoli in italiano per facilitarne a tutti l’individuazione):
Pausania, Periegesi della Grecia, VI, 14,5-8
Gaio Plinio Secondo (Plinio il Vecchio), Storia Naturale, XXXVII, 144
Diodoro Siculo, Biblioteca storica, XII, 9.5-6
Aulo Gellio, Notti Attiche, 15.16.1 ss.
Galeno, Esortazione allo studio della medicina, 13
Cicerone, Catone maggiore o della vecchiaia, IX, 27 e X, 33
Strabone, Geografia, VI, 1.12
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VIII, 39
Autori moderni:
David C. Young, The Olympic myth of Greek amateur athletics, Chicago 1984
Michael B. Poliakoff, Combat sports in ancient world, Yale 1987
The archaeology of the Olympics, ed. Wendy J. Raschke, Madison, 1987
Stephen G. Miller, Ancient Greek Athletics, Yale 2004

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